IL PALAZZO DI GIUSTIZIA DI ROMA: AMPLIARE UN GUAZZABUGLIO? NO, GRAZIE: ABBIAMO BISOGNO DI UNA NUOVA CULTURA URBANA ED UMANA

LA FIRMA DEL PROTOCOLLO D’INTESA

Il 16 maggio scorso, presso la Corte d’Appello di Roma, il Sindaco di Roma, Virginia Raggi, il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti e il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, hanno firmato il “Protocollo d’intesa” per la realizzazione dell’intervento di ampliamento del Palazzo di Giustizia di piazzale Clodio.

Il progetto parte già con il piede sbagliato, sia nei contenuti che nel metodo. Il Protocollo, infatti, contiene decisioni fondamentali che non sono state discusse pubblicamente, approdando alla soluzione sbagliata (ampliamento) di un problema concreto (esigenza di spazi per il Tribunale Penale). L’esigenza di spazi, però, è solo una tesserina di un enorme mosaico urbano complesso e tutto da progettare (i tribunali dispersi, il trasporto pubblico, la viabilità e i parcheggi, il parco naturale, i nomadi, le ex-caserme da liberare e da valorizzare…)

Svegliamoci, tutti. Abbiamo bisogno di cittadini, filosofi, artisti, politici e pianificatori coraggiosi e lungimiranti.

PROBLEMA DI TRASPARENZA E PARTECIPAZIONE. LE FONTI

C’è innanzitutto un problema di trasparenza, che ostacola la partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica: ad oltre dieci giorni dalla firma, il Protocollo d’intesa non è stato ancora pubblicato (ne abbiamo sollecitato formalmente la pubblicazione). Il sito del Comune, ad oggi (26/05/2019), non ha nemmeno dato la notizia (né tra le news di “Attualità”, né nel notiziario settimanale “Aggiornamenti dal Campidoglio”). Ciò vale anche per le altre istituzioni coinvolte (Regione Lazio e Ministero della Giustizia).

L’unica fonte diretta disponibile è uno scarno comunicato (accompagnato da un video: 4 minuti, di cui solo due dedicati al Protocollo d’Intesa) postato su facebook dal Sindaco Raggi, da cui apprendiamo che “la città giudiziaria di Roma avrà un nuovo volto e verrà ampliata. Sarà oggetto di un intervento che cambierà profondamente un pezzo della città, con l’utilizzo dei migliori standard urbanistici ed energetici [e quali sono? NdR]. Ma che soprattutto consegnerà a Roma un luogo all’altezza delle funzioni di amministrazione della giustizia che vi vengono svolte”. Nel video il Sindaco aggiunge di voler “risolvere velocemente tutte le eventuali difficoltà” e auspica che il “progetto possa svilupparsi nell’ottica di un’estetica gradevole [sic!], funzionale [e ci mancherebbe che non lo fosse…]e “con “forme di partecipazione del territorio[tardive, vedi sotto].

Vi sono poi fonti indirette (articoli giornalistici: vedi “Edilizia e Territorio” e “il Messaggero”) da cui filtrano maggiori informazioni sul contenuto del progetto e sul metodo: queste informazioni sono allarmanti. Innanzitutto, si apprende un fatto gravissimo, ovvero che il Palazzo di Giustizia di Piazzale Clodio non è a norma di legge e non è il solo (“Per un cittadino è impensabile che i luoghi in cui si celebra la giustizia non siano a norma di legge. Purtroppo, questo è un fenomeno diffuso in Italia. Ma ci stiamo impegnando per risolvere questo problema” ha candidamente dichiarato, come riportato su “Il Messaggero”, il Ministro Bonafede). Entrando invece nel merito del contenuto del Protocollo d’intesa, esso prevede la conservazione dell’attuale complesso di edifici (la cui costruzione risale al 1968) che sarà oggetto di rinnovamento e ristrutturazione; e l’ampliamento della sede, da realizzare all’interno del Parco di Monte Mario.

Il protocollo d’intesa, inoltre, “ha la finalità di definire azioni, procedure e tempistiche da adottare per la realizzazione del progetto e, a tale scopo, è stato costituito un tavolo tecnico, coordinato dal ministero della Giustizia, composto da un rappresentante per ogni ente coinvolto. Il tavolo ha, tra gli altri, il compito di individuare e definire le procedure più rapide ed efficaci per la realizzazione dell’intervento, dare l’avvio al concorso di progettazione, e predisporre gli atti necessari per la nomina della commissione aggiudicatrice del concorso” (da “Edilizia e Territorio”).

LE DECISIONI FONDAMENTALI SONO STATE GIÀ PRESE (SENZA DISCUSSIONE)

In sintesi, tutte le decisioni fondamentali per l’attuazione del progetto sono state già prese (non si sa da chi, non si sa in base a quali criteri):

1) Il complesso edilizio esistente sarà conservato, rinnovato e ristrutturato;

2) L’ampliamento sarà un nuovo edificio (o complesso di edifici) che si aggiunge agli altri esistenti e sarà realizzato all’interno di un Parco naturale vincolato;

3) È stato costituito un Tavolo tecnico, composto da tutti e soli i rappresentanti degli “enti” coinvolti (“enti”, non associazioni, non comitati di quartiere, non urbanisti e architetti, non cittadini: solo “enti”);

4) L’intervento sarà oggetto di un concorso di progettazione, che sarà istruito dal Tavolo tecnico;

5) La durata dei lavori del Tavolo tecnico, 15 (quindici!) giorni -vedi “Il Messaggero”-, appare del tutto inadeguata rispetto all’opera che si intende realizzare, che -forse…- ha implicazioni urbane, infrastrutturali, sociali e paesaggistiche più complesse della semplice via dell’ampliamento.

Tali decisioni fondamentali sono state calate dall’alto, senza informare né coinvolgere cittadini ed associazioni: né prima, nel momento di discutere l’esigenza di maggiori spazi per il Palazzo di Giustizia e di valutare le possibili opzioni; né ora che il Protocollo è stato firmato (esso non è stato pubblicato; il Tavolo Tecnico sarà appannaggio di enti istituzionali; la durata dei lavori il tavolo tecnico è incompatibile con i tempi necessari per formulare ipotesi e strumenti di intervento alternativi).

Insomma, tutto ciò che è stato fatto finora esprime tutto, tranne la volontà di far partecipare i cittadini alle scelte ed alle decisioni rispetto ad un intervento complesso e di grandi potenzialità urbane, sociali ed economiche che rischiano di rimanere inespresse. La parola “partecipazione” enunciata dal Sindaco suona dunque vuota, paradossale e beffarda.

Nel complesso, le singole decisioni appaiono arbitrarie e, soprattutto, sbagliate.

PERCHÉ IL PROGETTO (“AMPLIAMENTO”) CONTENUTO NEL PROTOCOLLO D’INTESA È SBAGLIATO

L’intervento proposto è privo di progettualità e di visione: una nuova tessera che si inserirebbe in un mosaico già oggi privo di forma e di logica. Per capire ciò, dobbiamo inquadrare il problema in modo sistematico, nella sua interezza e complessità.

Piazzale Clodio: spazio amorfo ed eterogeneo

Piazzale Clodio è attualmente uno spazio amorfo ed eterogeneo, che ha come principale funzione quella di infrastruttura stradale e spartitraffico, una sede di scorrimento automobilistico e di sosta per veicoli e autobus.

È un vasto spazio rettangolare, vuoto, situato alle pendici di Monte Mario. I tre lati contrapposti a Monte Mario formano una quinta urbana, ancorché differenziata. Sul quarto lato, si trovano, da una parte il Palazzo di Giustizia (in posizione arretrata) e un piccolo complesso di palazzine residenziali; dall’altro un grande spazio libero ed anonimo, occupato da parcheggi, terre di nessuno, due distributori di carburanti e, all’angolo con via Teulada, di nuovo una palazzina residenziale.

Il piazzale ha due assi: il primo (perpendicolare al lato lungo del piazzale) formato da viale Mazzini e via dei Cavalieri di Vittorio Veneto (detta “Panoramica”) che, con una serie di tornanti, s’inerpica sulle scoscesità di Monte Mario; il secondo, ad esso contrapposto, è formato dall’arteria stradale che va da Piazzale degli Eroi al Lungotevere Cadorna.

Il centro del piazzale è un grande vuoto, occupato da capolinea di autobus e da parcheggi pubblici (ma molti marciapiedi sono invasi da auto e moto, con tanto di parcheggiatore abusivo…).

Alle pendici di Mario si trovano anche due casali Cinquecenteschi (Casali Strozzi), oltre i quali comincia la vegetazione.

Il Palazzo di Giustizia: un caotico guazzabuglio

Il Palazzo di Giustizia di Piazzale Clodio è un complesso eterogeneo e amorfo di edifici, costruiti per mera addizione nel corso di cinquant’anni.

Il primo nucleo fu costruito tra il 1958 e il 1969, su progetto di un gruppo guidato da Giuseppe Perugini (vedi ArchiDiap). È un complesso di tre edifici, arretrati rispetto al piazzale, da cui si accede da un piccolo slargo: poco citato in letteratura (per esempio: Benevolo e De Guttry lo ignorano nei loro libri; Tafuri gli dedica quattro righe) viene generalmente citato come esempio di architettura brutalista, ma ciò non basta a nobilitare un’opera sgraziata ed incongrua rispetto al paesaggio circostante (“infelice posizione” dice Tafuri), respingente per chi ha la ventura di frequentarlo o -peggio ancora- di lavorarci, obsoleta dal punto di vista funzionale, costruttivo ed impiantistico (insomma: demolirlo non sarebbe certo un delitto…).

Questo complesso (a rigore oggi non agibile, avendolo il Ministro dichiarato “non a norma”…) si è rivelato presto insufficiente ad ospitare tutte le attività necessarie per l’amministrazione della Giustizia. Per sopperire alla perenne mancanza di spazi, intorno ad esso, sono già stati realizzati tre edifici, fisicamente separati tra loro, diversi per forma, tipologia ed aspetto: talché il Palazzo di Giustizia è diventato un guazzabuglio incoerente.

I Tribunali di Roma: un insieme disperso e disfunzionale

Più in generale, le sedi dei Tribunali di Roma sono disperse su un territorio di circa 4 Km2. Del tribunale Penale (Piazzale Clodio) abbiamo detto sopra. Il Tribunale Civile, invece, è impropriamente ospitato negli spazi angusti ed obsoleti delle ex-caserme di Viale Giulio Cesare; la Corte Suprema di Cassazione è ubicata a Piazza Cavour, all’interno del Palazzo di Giustizia detto “il Palazzaccio” (eclettica architettura di Guglielmo Calderini, nota anche per essere stato scelto come location per alcune scene del film “Il Processo” di Orson Welles, tratto dall’omonimo romanzo di Franz Kafka). Gli uffici dei Giudici di Pace sono sparsi qua e là, in parte a via Teulada, in parte a via Gregorio VII.

Trasporto pubblico e privato: cronica carenza di parcheggi, assenza di metropolitana

Il Palazzo di Giustizia di Piazzale Clodio è situato in un punto strategico della rete stradale urbana ed è servito da quattro linee di autobus. È facilmente raggiungibile con mezzi privati ma sconta una cronica carenza di parcheggi (dei parcheggiatori abusivi si è già detto), sia per i dipendenti, che per i visitatori che si somma alle esigenze di parcheggio di chi vive o lavora negli immediati dintorni. Il trasporto pubblico è invece inadeguato: il capolinea si trova ad oltre 350 metri dall’ingresso del tribunale (equivalenti a quasi due fermate di autobus) e gli autobus hanno frequenze variabili. La fermata della metropolitana più vicina (Ottaviano) si trova ad 800 metri.

Il Parco di Monte Mario: paesaggio naturale da reintegrare alla vita del quartiere

La Riserva Naturale di Monte Mario è un Area Protetta, istituita con la L.R. 06 Ottobre 1997, n. 29. Inizia proprio da Piazzale Clodio e si estende per una superficie di 238 ettari. Alle spalle del piazzale, si erge Monte Mario, che con “i suoi 139 metri d’altezza è il rilievo più imponente del sistema dei colli denominati Monti della Farnesina e rappresenta per le sue caratteristiche ambientali un vero mosaico di diversità biologica ormai raro a Roma” (Roma Natura). Alla sommità del Monte, si trovano l’Osservatorio Astronomico ed anche uno dei punti panoramici più belli e suggestivi di Roma. Alle pendici, invece, proprio alle spalle dell’edificio che ospita la Corte d’Appello (Via Romei) si trova un insediamento abusivo che ospita un centinaio di persone.

UNA VISIONE DI AMPIO RESPIRO PER LA CULTURA E L’ECONOMIA DELLA CITTÀ

Ma allora, l’esigenza iniziale (carenza di spazio) del Ministero della Giustizia deve essere riconosciuta e riconsiderata sotto una luce più ampia: il problema non è la mancanza di spazio del complesso di piazzale Clodio, ma l’intera logistica dei Tribunali; che a sua volta è un problema urbano. È infatti un problema di razionalizzazione architettonica ed urbana di sedi disperse; di espansione delle infrastrutture di trasporto pubblico (l’unico che consenta di favorire la limitazione o l’abbandono del trasporto privato); di integrazione del paesaggio alla vita della città; di inserimento sociale di persone abbandonate a loro stesse; di sviluppo economico e sociale.

Occorre dunque pensare la città (e la società) in modo sistemico, integrato, organico: una somma di parti non fa un’architettura o un brano urbano, così come la società non può essere un insieme di individui in moto browniano (ovvero casuale); così come l’essere umano è qualcosa di più e di diverso della somma dei suoi organi.

Pensare per frammenti è il sintomo di una visione del mondo: quello di una società individualista, atomizzata, incapace di collaborare e cooperare per costruire qualcosa di bello, di grande, di significativo, per sé e per le generazioni a venire. Una società atomizzata in cui gli individui, non avendo uno spazio, un luogo in cui discutere e confrontarsi, non avranno mai la consapevolezza di ciò che li accomuna o li affratella: condizione che li rende facilmente controllabili (“uno vale uno” è esattamente questo: la fungibilità e sostituibilità di individui isolati tra loro…).

Come reimpostare il progetto?

Il progetto dei Tribunali deve prendere in considerazione tutte le variabili ed integrarle in un disegno unitario. Ciò può essere fatto solo attraverso lo strumento del Progetto Urbano, realizzando un Masterplan, all’interno del quale ogni aspetto trova una collocazione. L’obiettivo è di disegnare un’opera collettiva che apra un’epoca di vero rinnovamento urbano ed umano, che faccia uscire Roma dalla condizione marginale di provincialismo e pressappochismo in cui si è ridotta, riportandovi un respiro internazionale e la percezione che anche a Roma (come già a Milano) si possono fare cose grandi e interessanti.

Quali debbono essere i contenuti del progetto?

Innanzitutto, le infrastrutture del trasporto pubblico:

  • Realizzazione della tratta della Linea C da Ottaviano (capolinea) a Grottarossa, con fermata a Piazzale Clodio (non nella posizione attualmente prevista, capziosamente denominata “Clodio”, ma in realtà situata all’intersezione tra viale Mazzini e viale Angelico); e poi una stazione “Foro Italico – Stadio Olimpico). La tratta della linea C da Ottaviano a Fori Imperiali sarà realizzata quando Comune, Archeologi e Appaltatore si metteranno d’accordo;
  • Realizzazione tramvia da via del Casaletto all’Auditorium-Parco della Musica, con fermata -tra le altre- a Piazzale Clodio (vedi anche concetto Metrovia);

Poi:

  • Accentramento di tutte le sedi tribunalizie (Penale, Civile, Appello, Giudici di Pace; la Cassazione resta a Piazza Cavour) inclusa la sede dell’Ordine degli Avvocati, in un unico complesso, il “Quartiere della Giustizia”, a piazzale Clodio (come è stato fatto a Parigi, con una torre; a Roma, lo realizzeremo con edifici bassi e parzialmente interrati);
  • Demolizione di tutti gli edifici di piazzale Clodio
  • Ripensamento della parte centrale di piazzale Clodio (disegno integrato di edifici bassi su pilotis con spazi pedonali e giardini al piano strada; parcheggi pubblici interrati; nuovo capolinea autobus e tram);
  • Valorizzazione delle ex-caserme di Viale Giulio Cesare con demolizione di tutti gli edifici esistenti (questa operazione immobiliare non solo coprirebbe tutte le spese della costruzione del Quartiere della Giustizia e di tutte le opere ad esso connesse; ma ripianerebbe i bilanci del Comune…)
  • Progetto paesaggistico e ricreativo del Parco di Monte Mario e sua integrazione al “Quartiere della Giustizia” e alla vita del tessuto urbano circostante (Prati-Delle Vittorie, Trionfale);
  • Costruzione di abitazioni a canone agevolato per accogliere le persone che vivono all’addiaccio in casupole di fortuna in prossimità del Palazzo di Giustizia.

Quali concorsi?

Tutte le opere debbono essere oggetto di concorso di progettazione.

Il primo e fondamentale concorso riguarda il Masterplan: al bando sarà allegato un approfondito e dettagliato Documento Preliminare alla Progettazione.

Il Masterplan risultato vincitore conterrà le opere da realizzare e le fasi. Le prime opere saranno comunque il Quartiere della Giustizia e le infrastrutture del trasporto pubblico (Linea C, Metrovia, capolinea autobus e tram, parcheggi pubblici e privati). Poi saranno realizzate tutte le altre opere (isolati di viale Giulio Cesare liberati dalle caserme, abitazioni etc.).

Per ognuna delle opere individuate dal Masterplan dovrà successivamente essere bandito un concorso di progettazione.

I concorsi di progettazione saranno in due fasi (“alla francese”):

Prima fase

Raccolta delle candidature con richiesta di una tavola A1 contenente uno schema preliminare (“Sketch”) corredato di Relazione illustrativa (max 10 cartelle);

Seconda fase

Selezione di cinque concorrenti, con rimborso spese (incluso plastico); il vincitore avrà l’incarico per le fasi successive della progettazione, rispetto alla quale, il premio rappresenterà un acconto della parcella.

ABBIAMO BISOGNO DI CITTADINI, FILOSOFI, ARTISTI, POLITICI E PIANIFICATORI CORAGGIOSI E LUNGIMIRANTI

Scriveva nel 1971 Italo Insolera, nel suo libro “Roma moderna” (seconda edizione):

“Le preture nel frattempo si erano provvisoriamente trasferite per qualche anno dai vecchi fabbricati del Centro alle ex-caserme di viale Giulio Cesare: sarà interessante tra qualche anno vedere cosa sarà successo dell’area delle ex-caserme, di grande importanza per la ristrutturazione urbana dei quartieri Prati e Mazzini”.

Ebbene, non è successo niente. Il provvisorio è diventato permanente; e queste caserme sono il simbolo della “cultura” romana degli ultimi cinquant’anni. Ma è ora di aprire gli occhi, tutti (cittadini, politici, amministratori): questa precarietà, questa inerzia, questa assenza di progettualità, questa palude alla quale ci siamo assuefatti, è vergognosa ed indegna.

Il problema dei Tribunali deve dunque essere l’occasione per ripensare la città e il senso del vivere insieme: per ricucire tessuti urbani slabbrati, per sviluppare l’economia e la società, per riunire in un disegno unitario spazi frammentari, per dare un senso alle cose.

Abbiamo bisogno di cittadini, filosofi, artisti, politici e pianificatori coraggiosi e lungimiranti.

Valerio Preci

valerio.preci@quarkdesign.it

Palazzo Giustizia Roma 1964



Categorie:Architettura e Urbanistica, Infrastrutture e Trasporti, Metro C

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