Retorica virale. Guerre ed eroi: #andràtuttobene?

Sarò impopolare. È necessario anche questo, lacerare il velo della poetica visione di questi giorni.

È ora di finirla con la retorica della guerra, degli eroi e dell’andrà tutto bene.

La guerra. “Siamo in guerra, questa pandemia è come una guerra”. È stato ripetuto sin dall’inizio di questo folle ed impensato scenario. Ma una guerra viene deliberatamente – e si potrebbe aggiungere scelleratamente – decisa. Difende interessi politici, economici, religiosi. Manda soldati in trincea a rischiare la vita, a combattere per qualcosa di più grande di loro e che spesso neanche condividono profondamente. Costringe a sparare per primi per non soccombere, a macchiarsi di omicidi per non morire. In guerra si muore da sani. Della guerra viene decisa anche la fine. E quando la guerra finisce, dal nemico – o dai nemici – non si è costretti a guardarsi più.

Quella che stiamo vivendo in questi giorni – che ormai sono diventati mesi – non è quindi una guerra. Nessuno ha deciso. È accaduto, come molte cose della vita, e bisogna rimboccarsi le maniche ed affrontare l’”imprevedibile previsto”1. Questo accidente ha dunque piuttosto i caratteri di una ‘calamità naturale’ e l’unica cosa che possiamo fare è difenderci, nella lunga attesa che ci separa dal trovare gli strumenti per attaccare, dal poterci mettere alle spalle l’atroce sensazione di impotenza che ci pervade. Siamo, al pari dell’uomo primitivo, sorpresi e disarmati di fronte all’inspiegabile “violenza della natura”; ed al pari dell’uomo primitivo cerchiamo una spiegazione, a volte decisamente fantasiosa. Oggi non possono certo essere riconosciuti gli dèi pagani come all’origine di una terribile punizione nei confronti della nostra tracotanza, e così evochiamo complotti cinesi o la brutale vendetta di una natura violata, per dare un senso agli eventi. E forse proprio in un cortocircuito della natura, piegata e sfruttata dall’uomo senza rispetto fino al sovvertimento delle sue regole, si nasconde la verità che può spiegare quello che stiamo vivendo. Quelle leggi che, schiavi del profitto ad ogni costo, abbiamo voluto ignorare, chiedono oggi il conto sul fronte della salute, anche attraverso l’emergere di nuove minacce infettive.

Il paragone con la guerra non ha motivo di essere dunque. Non ci siamo armati contro nessuno per difendere interessi parziali, non siamo gli uni contro gli altri. Stiamo semplicemente resistendo con fatica, con sofferenza, a costo di perdite.

Attenzione quindi ad utilizzare la parola guerra che, seppur evocativa di una battaglia senza quartiere per sconfiggere l’attuale comune “nemico” – in questo caso invisibile -, porta con sé una sensazione di profonda paura per la comunità, rendendo inclini ad affidare pienamente e senza discutere il proprio destino a chi decide, ad accettare senza riserve. Lo stato di guerra è infatti una condizione in cui tutto è giustificabile, in cui il diritto è sospeso, in cui – in modo implicito e quasi automatico – sono autorizzate decisioni restrittive, che potrebbero divenire effettivamente (e permanentemente) lesive delle libertà individuali. Non possiamo accettare questo paragone, perché le parole hanno importanza al di là di ciò che appare.

Gli eroi. Sono un medico. Vicina quindi ai colleghi che negli ospedali lavorano incessantemente, non solo e semplicemente per categoria, ma per il sentimento e la motivazione che anima chi cura, chi sceglie per mestiere di occuparsi della salute degli altri favorendone la guarigione o migliorandone la qualità di vita, quando la guarigione non è possibile.

I medici non sono eroi e nemmeno missionari. Il triste epilogo che numerosi di loro hanno incontrato nel corso di questa pandemia, non ha nulla a che fare con l’eroismo. Si tratta di morti sul lavoro, che poco hanno di diverso da quelle di altre categorie di lavoratori e che in questo caso – come in molti altri – spesso sono da attribuire alla mancanza di rispetto delle norme di sicurezza. Ed è per questo che devono generare forte indignazione. Ridurre le morti del personale sanitario a simbolo di eroismo è un atto colpevole e reticente. I medici lavorano ed hanno giustamente paura in questa situazione esplosiva. Perché sono donne e uomini, perché hanno responsabilità anche verso i loro familiari oltre che nei confronti della comunità, perché sanno di avere a disposizione strumenti carenti e sentono di essere stati lasciati soli di fronte agli occhi spauriti dei malati ed al dilagare dell’emergenza. Non vogliono e non possono sottrarsi al loro dovere, ma sono costretti a farlo anche al di là delle loro forze, perché l’organico delle strutture ospedaliere è al limite e da lungo tempo. Mi risuonano nelle orecchie le parole della responsabile del pronto soccorso del “Giovanni XXIII” di Bergamo quando raccontava, in una recente breve intervista televisiva, come i medici siano stati abbandonati di fronte all’emergenza per venticinque interminabili giorni – per giunta in piena zona “rossa” – senza ricevere nessuna risposta ai loro appelli da parte degli amministratori. Ed allora suona come una beffa apprendere che la Lega di Salvini ha tentato di inserire nel D.D.L. n.1766/2020 un emendamento vergognoso2, che avrebbe sollevato da responsabilità “penali, civili, contabili e di rivalsa” i datori di lavoro degli operatori sanitari e sociosanitari – e con essi anche i decisori politici – in caso di danni agli operatori stessi e a terzi. E questo anche in caso di inadeguatezza o insufficienza dei dispositivi di protezione individuale, rispetto ai quali lo stesso emendamento prevedeva la sola responsabilità civile dell’ente di appartenenza. Ci sarebbe stato quindi chi non avrebbe mai risposto delle proprie condotte – la politica – pur essendo di fatto la protagonista e la sola responsabile delle inadempienze. Fortunatamente l’emendamento è stato ritirato, si badi solo perché “si prestava a fraintendimenti” ha precisato il leader della Lega. Ma probabilmente la verità sta nel goffo tentativo di proteggere i responsabili dei molti errori commessi in questa emergenza, in specie in un territorio come la Lombardia brutalmente colpito dall’infezione e che ha mostrato drammaticamente la vulnerabilità e la scarsa organizzazione del proprio sistema sanitario. Ricordiamo bene che la sanità lombarda, citata all’inizio dell’incubo COVID tra i fiori all’occhiello della sanità italiana, arriva da una storia di condotte corruttive ed irresponsabili, di cui mostra ancora i segni e le lacune per un depotenziamento prolungato – ed ancora in essere – delle strutture pubbliche e della medicina del territorio, a favore del Privato3,4.

Non parliamo di eroi quindi, ma di lavoratori in un ruolo delicato, rischioso e di interesse centrale in questo momento, lavoratori di cui – come spesso accade – sono stati trascurati i diritti e le tutele.

Ma altri eroi vengono riconosciuti in questi giorni: sono le vittime del virus, gli uomini e le donne morti a causa dell’infezione da SARS-CoV-2. Essi sono stati dall’Onorevole Ignazio La Russa equiparati a vittime di guerra appunto e, come tali, accomunati nel destino e nella necessità di memoria a tutte le altre vittime di guerra, da ricordare in un giorno a caso: guarda un po’ il 25 aprile, con una casuale sostituzione della Festa della Liberazione con una più neutra Festa dei Caduti (una sorta di revisionismo in chiave Fratelli d’Italia).

Ma c’è ancora un altro eroe emergente, inatteso almeno quanto la pandemia che stiamo vivendo: l’attuale premier Giuseppe Conte, mai così amato e oggetto di consenso. Costui è passato dall’essere il sospetto e taciturno burattino della scorsa legislatura ad incarnare l’uomo sicuro della nuova, con progressivi ampi poteri decisionali sul presente e sul futuro del nostro Paese ed una corte di ammiratrici festanti (le cosiddette “Bimbe di Conte”). In un contesto come quello attuale Il presidente Conte risulta il leader incontrastato del nuovo governo e l’assoluto protagonista della scena. Chissà se è espressione delle stesse forze che hanno sostenuto l’ex ministro degli Interni Matteo Salvini? È di certo molto più presentabile, più convincente, più aderente al copione ed inoltre meno incline alle cadute di stile, ben più credibile interprete dell’appartenenza al popolo senza il bisogno di indossare felpe di tutte le fogge. Viene da pensare, alla luce di iniziative recenti, che forse riuscirà a mettere a segno ciò che il tracimante Matteo non è riuscito a centrare, probabilmente grazie alla sua apparentemente più discreta ambizione. È già un dato che, per merito della pandemia, in Italia sia crescente il consenso verso le figure istituzionali interne e diminuisca la fiducia verso l’Europa, già per altro di per sé appannata. È stato un percorso quasi naturale e siamo già approdati al: “o come diciamo noi, o faremo da soli”.

Non scomodiamo gli eroi, allora, o avalleremo la parola guerra, non avremo giustizia ed autorizzeremo implicitamente a condurre battaglie sotterranee non in nostro nome.

Andrà tutto bene. Sono settimane che siamo circondati da arcobaleni appesi alle finestre: #andràtuttobene. Beh, non va tutto bene, anzi: è andato e sta andando già tutto male. Per quanto possa definirmi un’ottimista, davvero non vedo come ci si possa raccontare la favola che “andrà tutto bene”. Non vedo come questo mantra possa andar d’accordo con i quasi 24.000 morti solo in Italia e i 165.000 nel mondo, con la preoccupante previsione di una pesante decrescita del PIL dell’eurozona (-7.8%) e dell’Italia (-11.6%), con l’assenza di accordo tra i Paesi europei sul modo in cui affrontare la debacle economica e con le previsioni degli onnipresenti virologi, che ci invitano da tempo a prendere atto che “con il virus dovremo convivere e saremo noi a doverci adattare alla sua presenza, cambiando radicalmente le nostre abitudini”.

Coltivare la speranza è legittimo e doveroso. Ma la speranza non si coltiva con l’illusione che tutto andrà bene, con gli slogan e con le chiacchiere da cui venir risvegliati a schiaffi dai bollettini e dai numeri. La speranza si coltiva avendo una classe politica capace ed attendibile, che sia in grado di parlare chiaro quando necessario e che sappia cosa fare e come farlo. La competenza non si guadagna sul campo in pochi mesi di emergenza. Ed assume evidenza particolare in questi ultimi giorni – a parte la concreta difficoltà di organizzare la ripartenza delle attività senza grossolani scivoloni – che quello che manca davvero è proprio la Politica, quella appunto con la “p” maiuscola.

Che si faccia attenzione quindi, non abbiamo bisogno di nuovi “eroi”, quelli della fase 2. Quelli che torneranno al lavoro tra pochi giorni in aziende che autocertificheranno il rispetto delle prescrizioni per la prevenzione del contagio senza verifiche; un po’ come ha fatto il “Pio Albergo Trivulzio” nell’ospitare i malati COVID e sappiamo com’è finita. Quelli che potrebbero essere in modo mistificatorio dipinti come vittime eroiche e necessarie della ripartenza, non sarebbero invece altro che carne da macello in un’Italia già vessata ed in mano all’incompetenza.

Non è andato e non andrà tutto bene dunque, affatto. Non ci sono i presupposti. La portata sanitaria, economica e sociale della pandemia in atto è sotto gli occhi di tutti. I mali già presenti nel nostro mondo globalizzato verranno semplicemente estremizzati, con un impoverimento ancora maggiore dei Paesi già fragili, un inasprimento delle disuguaglianze economiche e sociali ed un accresciuto potere dei paesi più ricchi ai danni di quelli più poveri. Non ci risveglieremo migliori come molti sembrano sostenere, ma più poveri, meno liberi e più frammentati. L’uomo ha la strana caratteristica di dimenticare in fretta le esperienze, per quanto traumatiche possano essere. La pandemia lascerà di sé un ricordo aneddotico, senza modificare sostanzialmente i comportamenti sociali e produttivi.

Semplificare usando una retorica inadatta è un’operazione colpevole, fraudolenta e pericolosa: teniamolo presente. Le parole hanno un peso, almeno questo cerchiamo di non dimenticarlo.

 

 

Note

  1. Una pandemia da virus di origine zoonotica era in realtà attesa da tempo. Ne è testimonianza il cosiddetto “Disease X”, termine coniato all’inizio del 2018 durante un meeting della World Health Organization (W.H.O.) in riferimento ad un atteso, futuro evento pandemico da patogeno sconosciuto. Intorno ad esso il settore “Ricerca e Sviluppo” della W.H.O. avrebbe dovuto orientare il massimo dei suoi sforzi in modo da preparare la comunità internazionale ad affrontare un evento simile con strumenti efficaci. In particolare, avrebbe dovuto dedicarsi allo sviluppo di vaccini preallestiti, mediante lo studio degli elementi strutturali comuni di famiglie virali già note – come quella dei Flavivirus (es. virus dell’encefalite giapponese, virus della febbre gialla, virus Zika, virus West Nile) e dei Coronavirus (es. virus della SARS e della MERS) – in modo da poter rapidamente mettere a punto un vaccino specifico durante il previsto evento pandemico. I tempi di allestimento di un vaccino specifico sono però quelli che vediamo oggi: 12-18 mesi. Troppi per un virus con un livello di contagiosità elevato come quello del SARS-CoV-2. Nell’ottobre 2019 inoltre, a New York, si è svolto l’“Event 201” una simulazione di evento pandemico – definito “ipotetico, ma scientificamente plausibile” – da nuovo coronavirus zoonotico, trasmesso dai pipistrelli ai maiali e quindi all’uomo, in uno scenario assolutamente sovrapponibile a quello osservato solo pochissimi mesi dopo (unica differenza l’origine dell’epidemia era in quel caso localizzata in Brasile). L’evento, che ha visto la partecipazione di 15 leader provenienti dal mondo degli affari, della salute pubblica e del governo, ha messo in evidenza la necessità di una cooperazione internazionale sia economica, che industriale, politica e della società civile per evitare le catastrofiche conseguenze generate da un evento pandemico su larga scala.
  2. http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Emendc&leg=18&id=1146138&idoggetto=1154567
  3. L’ex presidente della regione Lombardia Roberto Formigoni, rimasto in carica dal 1995 al 2013 per ben 18 anni e 4 mandati, ha foraggiato la sanità privata lombarda sottraendo alla sanità pubblica oltre 60 milioni di euro, una parte dei quali finiti nelle sue tasche; condannato in via definitiva per corruzione nel 2019 – solo per il “caso Maugeri” il resto era già prescritto – a 5 anni e 10 mesi, ha scontato come detenuto solo 5 mesi, poi trasferito ai domiciliari. Ricordo ancora con una vena di incredulità la petizione che fu promossa per la richiesta della grazia al “martire della patria”!
  4. https://portale.fnomceo.it/fromceo-lombardia-nuova-lettera-indirizzata-ai-vertici-della-sanita-lombarda/

 



Categorie:Politica e Società

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