COVID-19. Le parole per dirlo

Ci siamo svegliati l’8 marzo, una domenica di sole. A scuole e Università già chiuse su tutto il territorio nazionale: non era più Vò, non era più Codogno, tutto il nord Italia era sottoposto a misure restrittive; per contenere il contagio, la diffusività del virus. Vietati gli spostamenti, vietati gli assembramenti, vietato l’allenamento sportivo amatoriale e professionistico all’interno di strutture, vietato ogni tipo di manifestazione, vietato frequentare i luoghi di culto, vietate le cerimonie, persino quelle funebri; chiusi gli impianti sportivi, gli impianti sciistici, i musei e tutti i “luoghi della cultura”, chiuse le medie e grandi strutture di vendita nei fine settimana; coprifuoco alle 18 per le attività commerciali; prossimità tra le persone costretta a rispettare il metro di distanza, sempre.

Un’atmosfera sinistra che presagiva ciò che, già così, suonava per tutti difficile da accettare.

Dopo soli tre giorni un nuovo DPCM – quello dell’11 marzo – sanciva le stesse restrizioni estese all’intera penisola. Anzi approfondiva le restrizioni e le estendeva: tutte le attività commerciali chiuse, ad eccezione di quelle considerate strettamente necessarie (farmacie, alimentari e poco altro); i trasporti via terra e via aria ridotti al minimo o addirittura soppressi.

Adesso ci riguardava proprio tutti. Come uomini, come cittadini e come lavoratori.

Si stava concretizzando, per decreto urgente, tutto quello che sempre avevo ostinatamente combattuto: la chiusura, ora diventata inevitabile per proteggere la salute di tutti. Quello che l’improvvisa caduta del primo governo Conte – ed il tramonto dell’agguerrito Salvini “Ministro di tutto” – sembrava aver scongiurato ed allontanato almeno per un po’, era diventato concreto ed attuale.

Isolamento ho pensato allora. Condannati all’isolamento. Esclusi dal contatto con l’ambiente che ci circonda e con gli altri esseri umani. In fisica isolare vuol dire ostacolare quanto più possibile il passaggio di energia (elettrica, sonora, termica) da un corpo ad un altro o da un ambiente ad un altro. La parola mi sembrava del tutto calzante alla situazione: in questo caso sarebbe stata l’energia emotiva ed affettiva che non sarebbe stata trasmessa da un corpo – umano – ad un altro. La sensazione è stata immediatamente opprimente. Ridotti a stare lontani, alla diffidenza reciproca, perché tutti potenzialmente contagiati e contagiatori. “#restate a casa” “#andrà tutto bene”.

Come il paziente 1, è arrivato allora il giorno 1 e poi il giorno 2, 3, 4… senza stringersi la mano, senza abbracciarsi, senza scambiarsi un bacio, senza vedersi.

Eppure, la parola isolamento non sembrava rappresentare effettivamente quel vissuto come mi aspettavo. Quel flusso emotivo ed affettivo con gli altri non si era interrotto per la sola mancanza di contatto diretto, si era anzi intensificato forse proprio per quella mancanza. Dovevano essere quindi altre le parole per descrivere quella condizione, nella quale ancora oggi ci troviamo per la comune necessità di proteggere e proteggerci.

Sospensione.

“Appesi” al presente, così ci siamo trovati, in una improvvisa soluzione di continuità. Interrotti e staticamente incollati al presente: dai numeri del virus aggiornati incessantemente, dai numeri delle folli fluttuazioni dei mercati, dai numeri della necessità di fondi per affrontare l’emergenza, sia sanitaria che economica. Ma cosa ci fa sentire sospesi? In fondo siamo ormai da tempo condizionati a vivere al presente; ma no, non in questo modo però. Non in un presente senza confini temporali, dilatato nella percezione per effetto dell’assenza di un orizzonte certo. Quando finirà questo inerte presente in cui ci stiamo semplicemente difendendo? Cosa sarà delle nostre abitudini, del nostro modo di vivere, dei nostri già precari equilibri economici? Ci troviamo sospesi tra uno ieri incauto, manchevole di progetti e di prospettive, ed un domani ancora più incerto di quanto non fosse solo un mese fa e, stando alle previsioni, drammaticamente difficile. Ma ci troviamo anche sospesi dalle nostre abitudini, dalle nostre attività, spesso dai nostri lavori, dalla realizzazione dei nostri desideri anche minimi. I nostri progetti personali sono sospesi nella loro realizzazione, al momento impossibile. Ci troviamo simbolicamente anche con il fiato sospeso nell’attesa di sapere quando e come finirà. Vedremo oggi se ci sono novità che condurranno fino a domani. Intanto il tempo scorre, portandoci in avanti verso una soluzione che non vediamo e che lentamente, di giorno in giorno, diventerà più chiara. Per ora sospesi nel presente.

Limite.

Confine, divisione. Ma anche in senso più astratto il livello massimo al quale ci si può spingere, che non può essere superato o la misura da rispettare. Il confine è diventato un limite invalicabile. Non si può varcare quello della propria città, della propria regione, del proprio Paese. Dai confini aperti, dal mondo globalizzato siamo improvvisamente precipitati nella stretta dimensione dei dintorni di casa. Veniamo fermati se ci spostiamo e ci viene chiesto di giustificare il motivo per il quale abbiamo superato il limite prescritto (il lavoro? la salute? la necessità?). Il motivo deve essere stringente, improcrastinabile, comprovato. Non abbiamo più la libertà di camminare nella nostra città per il solo piacere di farlo. Il limite in questi giorni non possiamo stabilirlo autonomamente, ci viene imposto. Ed è angusto, scomodamente striminzito. Siamo compressi. Non possiamo occupare lo spazio intorno a noi come vorremmo. Dobbiamo avere la pazienza di adattarci ad un’inedita detenzione di cui nessuno ha colpa. Dobbiamo stare fermi e rispettare il limite, pur rimanendo “agili” o “smart” nel lavoro.

Distanza.

La lunghezza del percorso che separa due oggetti, due luoghi, due persone. Il distacco che separa il punto di partenza da quello d’arrivo. Siamo distanti al di là del reale. La distanza è adesso lo spazio virtuale che separa l’intenzione dalla realizzazione. La distanza è frutto del limite. Ci troviamo distanti anche dal nostro vicino di casa. Una distanza incolmabile, nonostante di fatto inesistente. Là dove i confini sono chiusi, i mezzi di trasporto soppressi, il limite stabilito: la distanza diventa astrazione. Prescinde cioè dal dato oggettivo, reale, divenendo un prodotto concettuale determinato dalle condizioni. Non possiamo avvicinarci, non possiamo ridurre la distanza, non possiamo controllarla, non ci è dato. Dobbiamo piuttosto anche qui rispettare la distanza non solo tra i luoghi ma anche tra le persone – almeno un metro – non cedere alla tentazione di sentire il respiro dell’altro pur rimanendo sempre connessi. Con il lavoro a distanza, le riunioni a distanza, la didattica a distanza, l’amore a distanza. Vicini, ma da lontano.

*******

Una delle parole ascoltate ogni giorno è invece italianità. Non sopporto la ridondante retorica attuale dell’importanza di essere italiani per sconfiggere la pandemia. “Ce la faremo perché siamo italiani”, si sente ripetere. I cinesi come hanno fatto mi chiedo, non essendo italiani? Come faranno gli inglesi, i tedeschi, i francesi, gli spagnoli, gli americani, i coreani, gli iraniani… È davvero necessario fare appello all’”italianità” per farcela o è una ridicola strumentalizzazione?

È così che penso: ce la faremo tutti.

Perché siamo uomini, perché siamo interconnessi, perché stiamo trovando il modo di sfruttare al meglio le risorse che abbiamo, perché ognuno può avvalersi dell’aiuto e dell’esperienza dell’altro, perché i confini – per quanto siano stati rimarcati, irrigiditi ed innalzati – in realtà non esistono.

René Magritte, La Condition Humaine, 1933, olio su tela 81×100 cm, Washington, National Gallery of Art

 

 



Categorie:Politica e Società

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