COVID-19. Il sintomo di una crisi

Siamo di fronte a ciò che non ci aspettavamo. A quello che una società, già provata dal passaggio dall’opulenza alla crisi economica, non riesce a considerare tollerabile: la restrizione delle libertà individuali. La libertà di movimento, la libertà di organizzazione della propria vita quotidiana, la libertà nelle relazioni interpersonali, la libertà di accesso all’istruzione, la libertà di cura. Tutto è ora disciplinato, senza possibilità di scelta.

Siamo stati sorpresi dal dilagare senza controllo di un virus le cui caratteristiche si vanno definendo man mano che i numeri aumentano: il numero dei contagiati, il numero degli ammalati, il numero dei guariti, il numero dei morti. La medicina è disarmata. Non c’è una cura specifica (si tenta con gli antiretrovirali e con il Remdesivir, antivirale utilizzato nella terapia contro il virus Ebola). Non c’è un vaccino che possa proteggere dalla malattia. L’epidemiologia non è ancora in grado di dare risposte, siamo in fase di osservazione e di registrazione di ciò che corre sotto i nostri occhi ed il quadro si modifica giorno per giorno.

Sappiamo via via qualcosa in più, ma tutto cambia da un momento ad un altro. Fino a ieri gli animali domestici non potevano contrarre e trasmettere il virus, oggi non ne siamo più sicuri. Fino a ieri l’immunità acquisita con la guarigione dall’infezione era considerata protettiva e permanente, oggi non ne siamo più sicuri. Fino a ieri la guarigione clinica sembrava garanzia di assenza di contagiosità, oggi non lo è più.

Ciò non dipende dalle scarse competenze messe in campo, ma dalla impossibilità di conoscere con precisione ciò che si presenta per la prima volta e che solo il tempo e la disponibilità di una casistica numericamente appropriata può aiutarci a comprendere meglio.

Un quadro confuso e rapido che si riflette anche nella comunicazione, nelle iniziative e nelle decisioni della politica.

Si aggiunge la peculiare caratteristica del nostro Paese. Un paese di 60 milioni di virologi, di 60 milioni di economisti, di 60 milioni di “esperti” in cerca di visibilità. Le televisioni hanno diffuso incessantemente ed in modo angosciato “opinioni” ed in campo scientifico l’opinione non dovrebbe in nessun modo trovare spazio. Si chiedono soluzioni istantanee, quando le soluzioni a problemi indefiniti possono essere solo ricercate e progressivamente ridefinite seguendo l’evoluzione degli eventi. Proliferano polemiche e strumentalizzazioni di ogni genere in un momento in cui il silenzio sarebbe la migliore delle scelte. Ci si è fatti prendere la mano dalla notizia, ad ogni costo e minuto per minuto. Il mostro in prima pagina.

Avrebbero invece dovuto aver voce fin dall’inizio unicamente fonti scientifiche ed attendibili, con informazioni certe e coordinate, se pur esigue: la WHO (World Health Organization) e, sul piano nazionale, l’ISS (Istituto Superiore di Sanità). Dove c’è metodo scientifico c’è stata fin dall’inizio estrema cautela, non ci sono mai stati proclami, allarmi ed iniziative scomposte, ma monitoraggio serrato ed attento con le conseguenti indicazioni che ne sono di volta in volta derivate.

Anche la voce della politica avrebbe dovuto essere unica: quella del Ministro della Salute. Le iniziative adottate dal governo centrale univoche e inderogabili, senza spazio concesso all’autonomia di governatori regionali inadeguati. Ci saremmo risparmiati così la scenetta di Fontana che indossa in modo scomposto, improprio e disinformativo la mascherina – pur essendo asintomatico, senza prova di essere stato contagiato ed in isolamento volontario (le indicazioni e le modalità d’uso delle protezioni sono precise nella prevenzione delle malattie infettive ad elevata contagiosità!) – le dichiarazioni di Zaia con il suo “i cinesi li abbiamo visti tutti mangiare i topi vivi”, le ordinanze dei sindaci che vietavano l’ingresso nei loro comuni a cinesi, lombardi e veneti.

Hanno parlato in troppi, troppo e troppo presto. Non in nome della trasparenza, principio inderogabile e di responsabilità verso la comunità tutta – nazionale ed internazionale – ma in nome di uno sconveniente tentativo di scaricarsi dalle responsabilità con un “non vi abbiamo mai nascosto nulla”, che in un momento di effettiva incertezza è suonato forte come un fuori controllo generale.

Tutto questo ha favorito l’attecchimento di dinamiche di rifiuto sociale delle quali siamo stati prima artefici – con episodi di violenza e xenofobia verso i cinesi – e poi, indignati, per contrappasso, vittime: respinti agli aeroporti e negli alberghi, percepiti come gli indesiderati untori d’Europa. Salvo scoprire – notizia di ieri – che forse il primo contagiato europeo dal 2019-nCoV, ed il primo a trasmetterlo, è stato un tedesco! (N Engl J Med 2020; 382:970-971). Crollato il turismo in Italia, naufragati i rapporti commerciali con gli altri paesi per blocco dei saloni espositivi, dei collegamenti, dei rapporti. Non riguarda solo noi, riguarda progressivamente tutti.

Si scopre così che il mondo globalizzato è fragile e che di fronte al “pericolo” ci si divide, non si riesce a far fronte comune, non ci si sente più parte di una comunità e si dirotta l’interesse verso il proprio piccolo mondo. Almeno in un, forse troppo, prolungato immediato.

L’unico strumento che abbiamo è la prevenzione, il contenimento del contagio per limitare l’impatto sulla salute, sul sistema sanitario e sull’economia. Sì, perché un’epidemia che viene controllata in tre mesi determina un impatto recessivo ben diverso rispetto ad un’epidemia che si diffonde senza freno per un periodo imprecisato. Siamo in sofferenza e non avendo strumenti per attaccare possiamo solo difenderci, prendere tempo. Sembra il sintomo di un’epoca. La difesa, l’isolamento, la perdita di contatto. Una strategia che qui abbiamo visto al governo per ben quattordici mesi.

Quelli che ambivano all’”uomo solo al comando” quando ad essere ristrette sarebbero state le libertà ed i diritti altrui, dei disperati, dei migranti, degli ultimi in cerca di una possibilità, ora – che è necessaria una voce sola a dettare regole uguali per tutti – attaccano e non vogliono saperne di restringere le proprie di libertà, in una situazione in cui questo rappresenta probabilmente l’unico tentativo possibile.

L’obiettivo adesso non può che essere il controllo di ciò che sta sfuggendo di mano, limitare la nostra libertà per limitare le conseguenze sulla salute, sul sistema sanitario e sull’economia.

Niente strette di mano, niente baci, niente abbracci. Forse così non ci ammaleremo, ma saremo per un tempo – ancora non definibile – infelicemente isolati. Ricordarlo sarà forse l’unica cosa importante. Per il futuro.

 

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René Magritte, Les Amants, 1928 (National Gallery of Australia, Canberra)



Categorie:Politica e Società

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