LA PROTESTA DELLE SARDINE. Non cadiamo nella tentazione di un nuovo movimento che, dal basso, punti dritto al Governo

Nonostante la simpatia iniziale per un movimento spontaneo, quanto imprevisto, che ha preso le mosse dall’istintivo “non ci avrete” di quattro ragazzi Emiliano-Romagnoli, le Sardine proprio non riuscivano a convincermi. L’attuale NO a Salvini richiamava troppo da vicino il vecchio Vaffa Day di Beppe Grillo, il NO a Berlusconi ed alla politica corrotta, che riempì nel 2007 proprio la stessa piazza Maggiore a Bologna, riempita il 15 novembre di quest’anno dalle Sardine, dove tutto è cominciato circa un mese fa. Anche nel 2007 si dava voce in prevalenza ai delusi di sinistra. Anche allora c’era l’idea di rifondare la cittadinanza – e di conseguenza il rapporto con la politica – a partire dalla rete come mezzo di democrazia assoluta e di assenza di affiliazioni a realtà già strutturate. Quello che ne è seguito – lo possiamo dire ad oltre dieci anni di distanza – non ha certo realizzato i sogni di nessuno di quelli che hanno creduto nella novità dei 5 Stelle (dalla quale peraltro personalmente non mi sono mai lasciata affascinare).

La differenza oggi è che ad aver tirato su un fenomeno così inaspettatamente partecipato non è stato un comico e blogger di successo, ma un gruppo di quattro ragazzi sconosciuti che hanno avuto il merito di saper sfruttare i social media in modo sorprendente. E così da un flash mob estemporaneo è nato – in un solo mese – un vero e proprio “movimento”, che in chiave garbata ha portato in piazza la parte dell’Italia stufa del clima aggressivo ed allarmistico, che negli ultimi anni ha caratterizzato la scena politica legittimando un’escalation di comportamenti intolleranti e “antisociali”.

La vera novità ai miei occhi è però un’altra: per la prima volta si protesta contro l’opposizione e non contro il governo. Una situazione del tutto inedita.

Nell’ultimo mese l’esposizione mediatica degli organizzatori della mobilitazione delle Sardine è stata serratissima. Mattia Santori – scelto come volto mediatico del gruppo – è diventato onnipresente, intervistato ovunque senza avere peraltro neanche una linea di scelta tra le partecipazioni. Si va dappertutto: radio, televisione, reti pubbliche, private, talk show, intrattenimento, trasmissioni di satira, nessuna distinzione. Le Sardine si presentano al pubblico per ammettere candidamente che non sanno esattamente cosa vogliono, non ci hanno ancora pensato, solo una cosa – ma importante – sembra chiara: non volevano svegliarsi il giorno dopo le regionali in Emilia-Romagna avendo consegnato la regione alla destra sovranista senza aprire bocca. Da lì è partito tutto. Santori non si sente il “capo di un movimento”. Prende atto di aver creato un’inattesa macchina multicentrica di adesione e prende tempo – con un candore talvolta disarmante – in attesa di capire cosa unisca le varie anime del movimento, che allo stato attuale ha avuto una sola occasione di confrontarsi in modo diretto (il 15 dicembre a Roma, negli spazi dello Spintime Labs).

Il “vecchio-nuovo” Movimento 5 stelle ai suoi inizi adottò una strategia molto più prudente e probabilmente saggia: nessuna intervista, con i giornalisti non si parla. Con il senno di poi, una realistica consapevolezza di poter essere stritolati da una macchina difficile da governare in assenza di idee chiare, obiettivi concreti e competenze inattaccabili.

Ed è stata forse proprio l’esposizione così prepotente a far saltare agli occhi l’assenza di solidi contenuti politici nelle Sardine. A creare aspettative per una proposta politica alternativa. Forse di più ancora: ha generato l’esigenza stringente di trovare contenuti perché lo stesso stantio e vuoto carrozzone della politica lo avrebbe desiderato – in alcuni casi alla ricerca di un appiglio – e la stampa, assetata di novità e sensazione, lo sta pretendendo.

Ma, nonostante l’assenza di un programma politico (forse prematuro, forse non necessario), le Sardine hanno comunque espresso – a tutti, politici e cittadini – alcuni principi inderogabili.

Sabato 14 novembre sono scesa in piazza a Roma, tra le Sardine – non con le Sardine, rispetto alle quali mi sento solidale ma con le quali non riesco ad identificarmi – per respirarne l’aria, per capire, senza intermediari. Ho visto una piazza antifascista, tollerante ed inclusiva: queste le tre istanze finalmente chiare. Ho visto una piazza eterogenea, confusa, disorganizzata ma liberata. Ho visto una piazza composta non già prevalentemente di giovani – come mi aspettavo – ma di persone di tutte le fasce di età e, per la verità, in una buona parte riempita da persone dagli “anta” in su, fino ai nonni. Composta cioè da quei cittadini che non si mobilitavano probabilmente da tempo, ma che conservano memoria più degli altri e che temono – a ragione – l’atmosfera attuale come un presagio da scongiurare. Era una piazza di protesta, pacata, mite, rispettosa, ma pur sempre di protesta. Ed alla protesta non si chiedono soluzioni. Le soluzioni deve trovarle la politica, la protesta ha il compito di esercitare pressione affinché si realizzi il cambio di rotta. Da che mondo è mondo la piazza indica la direzione, non dà la soluzione.

Non trasformiamo il dissenso che origina dal malessere di una società in sofferenza, in un nuovo populismo “buono”, senza vaffa, senza odio, basato sul rifiuto di appartenere a qualunque “bandiera”, sul NO a Salvini. Non cerchiamo nelle Sardine un nuovo soggetto politico pronto a presentarsi alle prossime elezioni, o vivremo l’ennesima cocente delusione.

E intanto Salvini? Salvini incassa, nella sua irritante e rozza modalità: ironizza (con i suoi “gattini con Salvini” ghiotti di sardine), sminuisce – sbruffone – la portata della reazione di piazza e poi – inaspettatamente? – cambia in parte la strategia. L’ufficio marketing suggerisce di presentarsi diversamente. Nonostante l’uscita del nuovo preoccupante rapporto CENSIS1, che denuncia la forte spinta antidemocratica di un Italia in crisi in preda alla paura ed all’ansia, in cerca dell’“uomo forte al potere che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni”, Salvini segue come sempre il ritmo dettato dal “popolo”, anche quello a lui contrario. E così abbassa i toni, non grida più come prima; e fioccano le dichiarazioni in cui proprio lui – quello che voleva dagli Italiani i pieni poteri – dice che “l’uomo solo al comando nella vita, nel calcio o in politica non va lontano” e che quindi si sta preoccupando “di tirar su in Lega una squadra che è di eccellenza: dai Luca Zaia, Fedriga, Fontana, (…)”, “l’uomo solo al comando non mi entusiasma” ripete2. Ultimamente incassa poi – insolitamente spiazzato – anche un esilarante commento al suo nuovo look con maglioncino a collo alto (con il quale ha sostituito le numerose felpe per tutte le stagioni), che sfocia nel lapsus di Lucia Annunziata in prima serata su RaiTre: “Salvini ci spiega perché si è messo il coglioncino…maglioncino a collo alto, prima di andare via?”3.

 

Note

1 http://www.censis.it/rapporto-annuale/il-furore-di-vivere-degli-italiani

2 “Carta Bianca”, RaiTre, puntata del 10/12/2019

3 “Mezz’ora in più”, RaiTre, puntata del 08/12/2019

 

Immagine: 2019©Gaia A. Manieri

 



Categorie:Politica e Società

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