Ultima fermata, fun city

L’iper-realtà della finzione e l’abdicazione rispetto alla progettualità: nel libro “Zeropoli” di Bruce Bégout,  Las Vegas, città degradata a vuoto spettacolo, è il nostro orizzonte urbano.

Strade generiche e indefinite costellate di tubi al neon piegati in ogni direzione, insegne luminose che disegnano mazzi di fiori, cascate di diamanti, gelati gocciolanti. Rumore di molle e bulloni, la Nike di Samotracia accostata al colonnato di San Pietro colorato di rosa, fughe in diligenza e assalti di pirati. E’ Las Vegas, “città del nulla”, grado zero dell’urbanità, dell’architettura, della cultura. Città della superficialità e della frivolezza, dell’apparente libertà e dell’effettiva sorveglianza, del sogno e della coazione a ripetere, dell’ipnosi collettiva e dell’indifferenza.

Ma soprattutto, secondo Bruce Bégout, Las Vegas, con il suo potere allucinatorio, è il nostro orizzonte urbano.

Attraverso un’analisi lucida e dettagliata, Bégout, filosofo francese di formazione fenomenologica, mostra come le regole del gioco della città del fun, fondate sull’idea di presenza immediata e di impulsività reiterabile all’infinito, siano la radiografia della società dei consumi

Entrare a Las Vegas significa abbandonare la rete simbolica e concettuale che lega l’individuo alla realtà, in un processo di progressiva derealizzazione che tende ad appiattire il tempo e lo spazio sull’istante presente.

L’occupazione di tutto lo spazio percettivo in una sorta di horror vacui, esercita un accerchiamento sensoriale che precipita l’individuo sull’evento in atto, riducendo l’esperienza ad una successione di stati di eccitazione passeggera dei sensi. Gli oggetti, trasformati in fantasmi luminosi privi di densità e consistenza, perdono concretezza e tangibilità. L’individuo viene così proiettato in uno spazio piatto e senza prospettiva, in una sorta di elettrografia urbana onirica. Lo svuotamento del significato di elementi formali fortemente simbolici (la piramide, il tempio, gli ordini architettonici, la laguna di Venezia etc.), attuato attraverso la decontestualizzazione senza risemantizzazione, provoca uno stato di disorientamento che, accentuato dall’ipertrofia e dalla proliferazione del significante, sfocia nello stordimento.

Così Las Vegas “destituisce con cura ogni cosa del suo carattere di tangibilità, per trasformarla in pura manifestazione”, in puro evento.

Il distacco dalla realtà, la smaterializzazione delle cose e la rottura dei legami di senso sono la premessa necessaria per la sospensione dell’incredulità e l’inserimento all’interno dell’allucinazione urbana dell’anything, dell’una cosa vale l’altra.

Ciò che Las Vegas garantisce ai suoi clienti, è l’accesso alla “gratificazione immediata attraverso l’esperienza della pura possibilità, qualunque ne sia l’oggetto, in una regressione infantile in cui alla soddisfazione di un capriccio si accompagna la delega della responsabilità all’istituzione e alle sue regole.

L’esperienza assume allora il carattere di una sequenza casuale e indifferenziata di eventi, non cumulabili in una narrazione significativa. La storia, privata dei suoi percorsi e delle sue proiezioni, è ridotta all’esistenza puntiforme del qui e ora, senza premesse e senza conseguenze.

In questo contesto la città e le sue architetture sono espressione e strumento di un processo di atomizzazione della società, di stordimento delle coscienze, di alienazione e programmazione dell’individuo.

Fun city non è un destino, ma una strategia.

L’e-e di Robert Venturi, portato alla dimensione urbana, esprime non la composizione delle differenze, ma l’incapacità di distinguere e di scegliere. L’e-e diventa quindi il pretesto dietro il quale la differenza viene fagocitata e restituita come massa indistinta omogeneizzata.

Il delirio visuale proietta in una dimensione allucinata in cui lo spettatore, non disponendo di strumenti per distinguere finzione e realtà, è incapace di prendere posizione rispetto all’evento visivo a cui sta partecipando.

La finzione non è qui imitazione del reale, ma l’unico referente. Qui, come nel film Truman Show, lo spettatore è ostaggio della finzione. La luce elettrica e l’aria condizionata, le pareti vellutate, il permanente sottofondo musicale, le forme e gli stili mescolati in una giocosa accozzaglia, contribuiscono a generare un paesaggio sinestesico che si pone al di fuori delle coordinate spaziali e temporali: un luogo in cui l’individuo, alienato e slegato da ogni contesto, coincide in toto con lo spettacolo.

Come la generic city di Koolhaas, fun city è amorale, al di là del bene e del male: non richiede distinzione e scelta, ma adesione totale e partecipazione incondizionata.

Costretta dalla sua febbre perenne di cambiamento e dalla ricerca spasmodica della novità a vivere un eterno presente, Las Vegas è la reificazione urbana del parco divertimenti o del set cinematografico, in cui l’importante non è essere, ma esserci.

Ma qual è lo scopo verso cui tende questo modello urbano?

Creare una società non di cittadini, ma di consumatori, dai cui desideri -reali o indotti- spremere il massimo.

L’obiettivo -afferma Bégout- è “far vendere nel più breve tempo possibile”, per il profitto di pochi.

In tale contesto è possibile sottrarsi al giogo della fiction permanente? E’ possibile comporre i frammenti dell’esistenza in una storia? Esistono margini per un’autentica differenza? Esiste uno spazio per costruire un progetto diverso?

Las Vegas, città dell’eccesso del nulla e dell’esibizione del vuoto, è la formalizzazione di un problema aperto.

 



Categorie:Libri e Recensioni

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